ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo

Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato «Mister» in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere. Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga.

È il Rutger Hauer delle crociere caraibiche. Comincia così, o quasi, un librino molto piacevole di David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, 1998. Sono ormai vent’anni e più che con gli amici ce lo siamo scambiati, l’abbiamo regalato a ogni natale e ricorrenza, l’abbiamo consigliato, riletto, perso e ricomprato. A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again è un reportage di Wallace che fu ingaggiato da Harper’s e spedito sulla Nadir per una crociera di sette notti ai Caraibi allo scopo di trarne un racconto a puntate in cui, mirabilmente, descrisse aspetti del viaggio, trasse considerazioni sociologiche, raccontò le proprie reazioni a una situazione, complessivamente, ridicola e assurda. Il librino è divertente e piacevole e intelligente insieme, le note a piè di pagina sono, in effetti, un secondo libro. La traduzione, notevole, è di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo.

Oltre al libro, c’è l’audiolibro, anzi due. Quello cui mi riferisco ora è il più vecchio ed è letto magistralmente da Paolo Pierobon e si trova qui su RaiPlay Sound, con un’intonazione di voce bassa e costante che richiama il galleggiare placido di una meganave al sole, con lo stordimento che una crociera a base di spiedini di frutta può dare. È un vero spasso e, se possibile, direi che aggiunge pure qualcosa al già pur eccellente libro, consiglio molto caldamente. Magari indossando una larga camicia a tinte forti. Lunedì mattina ho sbagliato strada almeno tre volte, assorto nell’ascolto della dimensione esistenziale dello scarico a risucchio delle navi da crociera ed ebete come un crocierista dopo la prima settimana.
Ne esiste, infine, un altro audiolibro registrato in tempi appena più recenti da Giuseppe Battiston per un’altra compagnia, però non l’ho sentito.

interessi di chi? Dei cittadini? Dei popoli del mondo? Non risulta che sia così

Discuto con un mio amico al bar, io sostengo che piazzare satelliti a iosa attorno alla terra da parte di un privato – Musk con Starlink – sia un atto di pirateria bella e buona, occupando senza regole uno spazio comune e impedendo ad altri di fare lo stesso in futuro, in potenza, lui invece controbatte che se non è proibito, si possa fare.
Al di là del fatto che ho chiaramente ragione io, mi viene in soccorso il Presidente Mattarella che, in uno splendido discorso tenuto a Marsiglia un mese fa in occasione del conferimento di una laurea honoris causa, vale la pena leggerlo (è in francese solo all’inizio, cortesia), si esprime su molte questioni di grande attualità e sostanza, dimostrando una volta di più di essere l’unico statista rimasto in questo cavolo di paese e che il tempo ce lo preservi. In particolare, riporto un passaggio sulla questione iniziale:

Accanto a questa nuova articolazione multipolare dell’equilibrio mondiale, si riaffaccia, tuttavia, con forza, e in contraddizione con essa, il concetto di “sfere di influenza”, all’origine dei mali del XX secolo e che la mia generazione ha combattuto.

Tema cui si affianca quello di figure di neo-feudatari del Terzo millennio – novelli corsari a cui attribuire patenti – che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche.

Ricordiamoci cosa detta l’Outer Space Treaty all’Art. II: “Lo spazio extra-atmosferico, compresi la luna e gli altri corpi celesti, non è soggetto ad appropriazione da parte degli Stati, né sotto pretesa di sovranità, né per utilizzazione od occupazione, né per qualsiasi altro mezzo possibile”.

L’età moderna è stata caratterizzata dalla “Conquista”, di terre, ricchezze, risorse.

Che bravo, Mattarella, un marziano in questi tempi miseri. Come il Berlinguer del film di Segre, peraltro.

placcalo e portaglielo, sbrigati

Non vorrei parlarne per non alimentare il circolo vizioso del lui-fa-cose-indegne, Repubblica-vende-più-copie, noi-ne-parliamo-al-bar-sdegnati. Ma una cosa almeno è troppo golosa per perderla, quindi ne parlo.

Ogni presidente, mi pare di aver letto, ha a propria disposizione centomila dollari di budget da spendere per arredamento di proprio gusto nella stanza ovale o nella Casa bianca; Obama si fece prestare a pagamento un paio di Hopper, per dire, Trump al primo giro spese un milione e mezzo. Ora pare partito con il medesimo slancio, ci sarà la fila fuori dalla Casa di mercanti e artistoni per portare oggetti placcati d’oro o placcare quelli già presenti, leggo i telecomandi. Comodo. Visti gli esempi delle altre sue case, non stupisce che riempia tutto di cose dorate in stile barocco-kitsch come certe gazze che si portano nel nido le cose sbrillucciche e, scorrendo alcune foto, questa cattura la mia attenzione:

Non tanto per le cariatidi al centro, che comunque, ma per la riproduzione della coppa del mondo di calcio. Che manco fosse un ex-calciatore. Speranzoso, ho cercato immagini più grandi per leggere la scritta sulla targhetta, sperando in una dedica personalizzata, invece è un modesto ‘Fifa world cup 2018’, che delusione anche in questo. Speravo fosse una di quelle coppe al ‘papà migliore del mondo’ o al ‘campione del mondo dei nostri cuori’, ‘best president ever, signed JD‘, peccato.

Ma c’è di meglio. Sobbalzo quando vedo la riproduzione in scala uno a due del Monte Rushmore tutta d’oro e, non bastasse, con l’aggiunta a destra del quinto presidente, chiaramente il più grande tra tutti.

Sobria ed elegante. L’aveva già fatto qualcuno ma senza oro e con ben altre motivazioni ed esiti, deludente anche qui. Però l’oggetto è notevole, davvero, e non riesco a non pensare al subbuglio di venditori d’arte di seconda segata, artisti morti da tempo, falsari incapaci, placcatori vendicativi che si lanciano, finalmente, alla riscossa facendo la fila per proporre al presidente un oggettino che nella sua collezione non può certo mancare. Chissenefrega, placcalo e portaglielo.

Dove, invece, non mi ha deluso è stato nella vendita delle auto. Noi diamo del ‘venditore di auto’ con senso spregiativo ai venditori non particolarmente capaci o, anzi, interessati alla sola vendita senza scrupoli ulteriori ma, anche in questo, senza la bravura eccellente di chi è davvero capace, mentre in questo caso il venditore del ‘White house Tesla auto mall’ ci ha messo tutto il proprio impegno:

Oh, ed è tutto acciaio e su compiuter. E se ne danneggi una, ti perseguiremo sull’intero orbe terracqueo per terrorismo interno, chissà mai incontri Meloni che per le stesse zone insegue gli scafisti. Non è un reato come assaltare il Campidoglio armati, no, quello è un’altra cosa: quelli sono patrioti.

lo smartphone che stavi cercando

Arriva una mail promozionale con quell’oggetto, “Lo smartphone che stavi cercando”, e io come tutti penso echecazzo. Che manco io so che smartphone stia cercando, non so nemmeno se ne stia cercando uno. Aprendo la mail, ovvio, sorrido per questi simpatici ruffiani:

Ahah, no, non sto cercando un iphone15. Allora meritano un po’ di pubblicità, anche perché con loro mi sono trovato bene un paio di volte: Back market. Non ‘black’, è un sito credo estone che raccorda chi si occupa di devices ricondizionati, con prezzi ovviamente più interessanti e politiche di trasparenza e reso molto apprezzabili. Ecco, il mio l’ho fatto, loro pure.

il tempo esige infine il suo tributo (la canzone più antica del mondo)

«Finché vivi, mostrati al mondo, / non affliggerti per niente: / la vita è breve. / Il tempo esige infine il suo tributo».

Questo è il testo della canzone più antica del mondo. Ed è un testo saggio, «non affliggerti per niente», come dicono quelli che hanno capito il senso. Perché poi, comunque, il rendiconto arriva, afflizione o meno.
Il testo è inciso su una stele, il cosiddetto ‘Epitaffio di Sicilo’, databile tra il secondo prima e secondo secolo dopo cristo, non c’è concordanza. La cosa interessante è che il testo, distinguibile in epigramma, epitaffio e dedica, riporta sopra la notazione musicale frigia, fatta di punti, parentesi orizzontali, trattini orizzontali e verticali, così:

Il che, translato da chi lo sappia fare, diventa nella notazione moderna:

che ci porta al poter suonare la canzone più antica del mondo. Completa, bisognerebbe dire, perché esistono frammenti anche più antichi. Eccola, poterla ascoltare è a dir poco emozionante, per chi si emoziona:

Oddio, completa: a voler essere pignoli ne manca una riga, perché il disgraziato scopritore, un tal Edward Purser proprietario di una ditta edile che scavava a scopo ferrovia nel 1883 ad Aydın, in Anatolia, pensò bene di portarsela a casa come portafiori e siccome non stava bene in piedi ne taglio un pezzo alla base. Bravo. Poi l’archeologo William M. Ramsay, meritorio, con un paio di passaggi rintracciò la stele e se la portò via al museo, dove è ancora visibile, a Copenaghen.

Il testo completo: l’epigramma «Un’immagine, la pietra, / [io] sono; mi pone / qui Sicilo, / di un ricordo immortale / segno durevole», cui segue l’epitaffio di stampo oraziano, «Finché vivi, mostrati al mondo, / non affliggerti per niente: / la vita è breve. / Il tempo esige infine il suo tributo» e, infine, la dedica «Sicilo [, figlio] di Euterpe», se si accetta l’interpretazione della musa. Detta così sembra una delle mie traduzioni al liceo, gli achei, i tronchi posarono la spiaggia, ecco la sera. Certo. Prenderei l’epitaffio e lo terrei per buono, questa musica che proviene dalla notte dei nostri tempi e da un noi lontanissimo qualcosa ci dice, ci suggerisce un atteggiamento, un approccio che vale la pena fare proprio, perché è un po’ l’unico ad avere senso.

this government was brought to you by Tesla (fotostoriella)

Trump trasforma la Casa Bianca in una concessionaria Tesla.

Qualcuno riesce a ingrandire i fogli che tiene in mano ed è un prezziario scritto a mano dei principali modelli Tesla che citerà nella conferenza stampa. Ed è un’immagine tristemente vera.

Il tutto mentre dichiara, tragicamente perché ufficialmente, che qualsiasi danneggiamento a una Tesla o a un concessionario, fatto piuttosto frequente di questi tempi, verrà considerato terrorismo nazionale (domestic) e trattato come tale.

Terrorismo, alla pari di uno che entra in una scuola armato e apre il fuoco. Chiaro, l’azienda protegge sé stessa e lo fa a partire dal presidente fino a scendere alla forza pubblica, che non si capisce in nome di che debba utilizzare risorse per difendere i beni di un’azienda privata.

Chicago. Ma tant’è. Tutto ciò non migliorerà le cose, per nulla. Come dimostra il fatto che un paio di notti fa qualcuno, scocciato giustamente dalle parole e dalle azioni del governo americano, ha pensato di farlo sapere nel Trump International Golf Links ad Aberdeen, in Scozia:

Sotto la scritta ‘Trump is a…’ c’è scritto ‘cunt‘, per chi se lo chiedesse. E poi il campo è diventato a trecentosei buche, per il piacere dei giocatori:

Azioni e reazioni, fai pressione, riceverai risposte. Dispiaciuto, io? Mmm. Anzi, un soldino al signore qui sotto che necessita finanziamenti per viaggiare nel tempo e, nel più classico dell’intervento a posteriori, impedire la nascita di Trump lo darei eccome:

Perché ci tocchi tutto questo è la vera domanda da farsi.

e avanti con l’ETA

Che no, non è l’Euskadi Ta Askatasuna, che non esiste più dal 2018, bensì l’Electronic Travel Authorisation che non è propriamente un visto ma una previa autorizzazione (elettronica) a viaggiare che, proprio, funziona quando non c’è un visto. Autorizzazione che di solito si paga. La più nota è quella americana, l’ESTA, Electronic System for Travel Authorization, ma esiste da tempo anche in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Sri Lanka, Hong Kong e dal primo aprile anche in Gran Bretagna. Appunto. Eccola qua, la mia:

Si fa con l’app o online, vale due anni, si lega al numero di passaporto e costa dodici euri e qualcosa. Siccome a fine mese io vado, son pronto. Ogni documento in più a me spiace, di principio, qualsiasi cosa si opponga alla libera circolazione delle persone, più che delle merci, cui siamo di solito più attenti. Noto or ora che questa pratica ha un qualche legame con paesi di stampo anglosassone, coloniale o diretto, probabilmente qualcosa significa, anche se non so esattamente cosa.
E poi? E poi anche l’UE, inutile scuotiamo la testa: dall’ultimo quarto del 2026 metteremo anche noi europei un’autorizzazione per tutti i paesi cui non richiediamo un visto, la nostra sarà l’ETIAS, il Sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (European Travel Information and Authorisation System), sempre più complicato, noi. Sette euro il costo, validità tre anni, c’è già il sito. Mmm.
Potevamo essere meglio? Eh, forse sì.

a Londra Musk non piace (un bar che ammette i nazisti è un nazibar, stacce)

La prima avvisaglia è stato un manifesto alle fermate degli autobus:

Non male. Ovviamente dopo il saluto che l’incauto ha fatto pubblicamente, nonostante le spiegazioni bislacche di autismo o meno. A Tesla è seguito X, ovvio, altro prodotto connotato pesantemente con l’uomo più ricco del mondo. Tra l’altro.

Sempre alle fermate, operazione non male. Poi è stata la volta dell’interno dei vagoni della metro, con un profumo, il Muschio di Elon, profumo di 1939, anche qui, per segaioli (wankers), per precisione.

Sempre nella metro, poi, è seguito un manifesto finanziario sulla perdita di valore delle azioni Tesla, perché l’odio non vende. Chiedete a Tesla, invita.

E poi l’ultimo o, almeno, l’ultimo che ho visto io, molto elegante di nuovo alla fermata dell’autobus. Elegante ma meno fine, dritto dritto (il bellend è la testa di cazzo, firmato UK).

Ora: chi si prende la briga di stampare manifesti, inserirli e sostituirli alle fermate e nella parte alta dei vagoni ha la mia ammirazione e apprezzamento. Ne vedremo altri, sono certo, nel frattempo li raccolgo qui per memoria di questo periodo stracciato, di cui io e molti altri avremmo volentieri fatto a meno. E che non finirà tanto a breve, argh.

Aggiornamento dell’oggi: nuova versione, là dove il rot è il marciume, anche non danese.

un disco di policarbonato trasparente

L’otto marzo 1979 la Philips presentò ufficialmente l’optical digital audio disc, altrimenti noto come compact disc.

Leggenda voleva fosse dell’esatta dimensione di un sottobicchiere da birra olandese e che il buco fosse, alla stessa maniera, dell’esatta dimensione di una monetina da dieci centesimi di fiorino, sempre olandese vista la provenienza della Philips.
A dirla giusta, non fu merito solo della Philips, bensì andrebbe condiviso con DuPont e con Sony, che stava sviluppando un progetto autonomo. Se poi si volesse sapere quale fu il primo disco compatto stampato, di che genere musicale e come e perché e dove, allora devo rimandare a ciò che scrissi tempo fa a riguardo, «di rara bruttezza». La melodia, non necessariamente il mio.
Beh, fu un cambiamento epocale che, tra l’altro, ci costrinse a rinnovare la collezione di LP e cassette, senza sapere che vent’anni dopo avremmo dovuto rifarla tutta in digitale, per la terza volta. Il mio primo cd acquistato fu, credo, The final cut dei Pink Floyd, uscita nuova nuova, da far girare su un lettore costosissimo che, il dannato, saltava e non poco. La stabilità era ancora da venire, chi avrebbe immaginato che in breve ce li saremmo duplicati da soli a casa? Da non credersi no.